GESU’ INSEGNA IL PADRE NOSTRO
3 Luglio 2026
Gli apostoli chiedono a Gesù di insegnar loro a pregare. Gesù risponde insegnando il Padre nostro, la preghiera del cristiano.
E’ da notare che il Padre nostro viene riportato da due vangeli soltanto. Il primo testo è quello del vangelo di Matteo che scrive il suo vangelo prima in aramaico, poi in greco. Siamo nei primissimi tempi della comunità cristiana, poco dopo gli anni 50 d.C. circa. Matteo riporta la preghiera del Padre nostro così come siamo abituati a sentirla.
Il secondo testo è dell’evangelista Luca, che scrive il suo vangelo sicuramente dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, quindi dopo l’anno 70 d.C. Luca è l’evangelista che parla più di tutti della preghiera; al capitolo 11 riporta la preghiera del Padre nostro nella forma più breve.
Il vangelo di Marco, scritto circa negli stessi anni in cui Matteo scrive il suo primo testo in aramaico, non riporta il Padre nostro.
Giovanni è un evangelista che scrive sessant’anni dopo la Pasqua; siamo intorno all’anno 95 d.C. Questo evangelista racconta Gesù in maniera particolare ed unica. Può sembrare strano che non riporti la preghiera del Padre nostro, ma di fatto è così: neanche nel vangelo di Giovanni c’è traccia di questa preghiera.
Luca (Lc. 11,1-4) riporta la preghiera del Padre nostro in questa forma:
«Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione».
Matteo invece (Mt. 6,9-13) riporta la preghiera nella forma che conosciamo bene:
«Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione ma liberaci dal male».
I due contesti in cui gli evangelisti collocano il Padre nostro sono diversi. Matteo lo colloca all’interno del discorso della montagna e collega il Padre nostro a due insegnamenti di Gesù. Prima di tutto a non sprecare parole nella preghiera. E poi alla capacità di perdonare gli altri, per poter ricevere a nostra volta il perdono di Dio.
Luca invece colloca l’insegnamento del Padre nostro in un altro contesto. Riferisce che un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc. 11,1). Dopo aver pregato con lui, rimangono colpiti. Capiscono che, nonostante Gesù pregasse Dio come tutti gli ebrei, egli riusciva ad avere con Dio un rapporto unico e particolare.
Allora quando gli chiedono “Signore insegnaci a pregare”, probabilmente gli apostoli intendevano, sì, chiedere quali parole usare nella preghiera (tanto è vero che Gesù consegna loro il Padre nostro). Ma soprattutto intendevano chiedere in che modo bisognasse pregare per avere un rapporto così intimo con Dio come lo aveva Gesù. “Insegnaci a pregare” significa che gli apostoli hanno visto pregare Gesù in una maniera talmente profonda, che anche loro hanno desiderato saper pregare come lui. Più che le parole da usare, chiedono qualcos’altro: essere introdotti nella relazione particolare che Gesù aveva con il Padre.
Gesù risponde ed esaudisce questo loro desiderio insegnando loro il Padre nostro. Ma se questa preghiera può in qualche modo riassumere tutto l’insegnamento di Cristo sulla preghiera, è chiara anche – anzi, prima di tutto – un’altra verità: con questa preghiera Gesù manifesta il suo modo di stare con Dio, il suo modo di relazionarsi con il Padre. Un modo che da quel momento non sarebbe più stato solo suo, ma sarebbe stato partecipato.
Chiedere al Signore di insegnarci a pregare non significa chiedergli le parole da pronunciare. Tanto meno chiedergli delle tecniche di preghiera. Chiedergli di insegnarci a pregare significa chiedergli di continuare lui la sua preghiera in noi, oggi e qui. Significa chiedergli di condurci nel misterioso ed affascinante percorso del suo pregare, perché sia lui a farcelo vivere.