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LA CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE FIGLIO DI DIO
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LA CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE FIGLIO DI DIO

4 Luglio 2026

Gesù quando prega usa le parole dei salmi e della tradizione ebraica. Ogni sabato andava nella sinagoga e leggeva le scritture. Pregava con le parole dei salmi e usava le formule di preghiera.

Quando prega spontaneamente, invece, chiama Dio Padre, chiama Dio papà.

Gesù chiama Dio come Padre non solo quando prega; anche nella vita quotidiana esprime la consapevolezza di essere Figlio di Dio. Gesù non usa la parola Padre soltanto nella preghiera, ma continuamente vive trasmettendo questa certezza interiore. Già a dodici anni a Maria ed a  Giuseppe, che lo cercano nel tempio, risponde: “Perché mi cercavate, non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc. 2,49). La consapevolezza che egli è il Figlio di Dio, Gesù la esprime non solo nella preghiera, ma anche nella sua vita, e già a dodici anni. Nel ministero pubblico Gesù spesso parla di Dio come Padre; ma ci sono dei momenti in cui, parlando con gli apostoli e vivendo con loro, esprime anche nella piccola quotidianità questa sua consapevolezza di essere Figlio di Dio. Questa piena consapevolezza è la sua identità. Un’identità che viene espressa sia nella preghiera che nella vita.

Se vogliamo entrare dentro alla preghiera del Padre nostro, quello che consiglio è di prendere in mano il vangelo, quello che volete, e cercare i momenti in cui Gesù esprime questa consapevolezza. Quando troviamo quei punti, quelle preghiere, quei momenti, fermiamoci, preghiamoci sopra. Non basta fermarsi una volta soltanto; fermiamoci più volte, leggiamoli e rileggiamoli. Guardiamo a Gesù che è uomo come noi ma che, uomo come noi, dice: “Dio è mio Padre. Dio è mio papà”. Quando Gesù insegna il Padre nostro non insegna una delle possibili formule di preghiera. Trasmette agli apostoli il proprio modo di pregare, perché diventi un po’ anche il nostro.

Se prendiamo in mano il vangelo ed entriamo dentro alla consapevolezza di Gesù che chiama Dio col nome di Padre, sia nella concretezza di tutti i giorni sia nella sua preghiera spontanea, vedremo che anche il nostro pregare cambia.


Partiamo da una domanda/premessa: Gesù come uomo, come viveva il suo rapporto con Dio? Ci sono due nette tendenze all’interno della nostra cristologia. C’è chi sostiene che Gesù come Figlio di Dio vedeva tutto, viveva la visione beatifica di Dio nella sua umanità, per cui viveva con Dio un rapporto continuo e immediato. C’è chi dice al contrario che l’umanità in qualche modo abbia “offuscato” anche in Gesù la sua visione di Dio.

Non c’è una dottrina di fede che stabilisca quale sia la giusta interpretazione, non esiste un dogma, per cui uno debba pensarla in un modo, piuttosto che in un altro. Questo potrebbero essere un ottimo spunto non di meditazione ma di contemplazione per noi: come Gesù ha vissuto la sua divinità nella sua umanità. È un mistero da contemplare, è un mistero sul quale nessuno può dire: questo è verità di fede. Perché verità di fede su questo punto specifico non sono mai state espresse. O meglio. Sicuramente sono presenti due elementi. Primo: nella natura umana di Gesù sussisteva la Persona divina. Per cui la sua identità, anche come uomo, era il suo essere Figlio di Dio. Questa è la prima certezza assoluta che noi abbiamo. La seconda certezza ci viene rivelata da San Paolo: Gesù come uomo ha spogliato sé stesso (Filippesi, capitolo 2) e ha assunto la nostra natura umana. San Paolo usa un termine molto forte: “Svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini”. Questo il termine molto forte: svuotò se stesso.

Quello che non dice, e che non si può dire, è in che cosa sia consistito questo svuotare se stesso. Come Figlio di Dio si è incarnato; realmente e in tutto ha assunto la nostra natura umana, tranne che nel peccato. Sicuramente, in questa sua piena consapevolezza di essere Figlio di Dio, ha vissuto anche la dimensione della nostra umanità. Quello che la nostra teologia non dice è quanto questo peso si sia fatto sentire, e quindi quanto questa dimensione abbia offuscato o meno in Gesù un rapporto diretto con Dio (la cosiddetta “visione beatifica”). Perché non lo possiamo dire? Perché noi non possiamo minimamente sapere com’era in Gesù il suo rapporto diretto con il Padre. Se capissimo questo, capiremmo il mistero di Dio. Però sicuramente noi possiamo prendere questi due punti fondamentali della nostra fede. Noi abbiamo un uomo che è Figlio di Dio. Gesù è Dio che, con l’incarnazione, ha assunto un corpo nel quale si è voluto racchiudere.

È questo che dovremmo contemplare e meditare.

Questo cosa comporta nella preghiera? Gesù non solo sa di essere davanti al Padre, ma vive con il Padre questa relazione costitutiva stessa del suo essere; nello stesso tempo la vive nel limite della nostra dimensione umana. Per cui sicuramente Gesù ha portato nella sua preghiera anche il nostro peso, la nostra difficoltà a metterci in relazione con un Dio che rimane in qualche modo dietro ad una nube o, se vogliamo, nascosto come dietro ad un velo. Gesù si è trovato, quando era nei momenti di preghiera, a vivere sia questa stupenda, profondissima, radicale, costitutiva relazione con Dio, sia il limite della nostra natura umana.