IL NOSTRO TEMPIO INTERIORE
4 Luglio 2026
Il Figlio di Dio che si fa uomo non è solo un Dio che si racchiude nella nostra umanità, ma è il Dio che è venuto e ha preso la nostra umanità per assumerla in sé e per elevarla.
C’è un prefazio che leggiamo nelle domeniche del tempo ordinario: “Abbiamo riconosciuto il segno della tua immensa gloria quando hai mandato il tuo Figlio a prendere su di sé la nostra debolezza; in lui nuovo Adamo hai redento l’umanità decaduta, e con la sua morte ci hai resi partecipi della vita immortale”. Ecco: il Figlio di Dio assume la nostra umanità. Capite che cosa vuol dire questo per la nostra preghiera? Vuol dire che lui ci prende e ci rapisce con sé, ci chiede di lasciarci unire a lui che sta pregando. Il battesimo ci rende uniti a Cristo, ci rende figli di Dio, ci rende figli nel Figlio, ripete ancora San Paolo. Per questo nessuno sarebbe in grado di pregare se non avesse Cristo che prega in lui, se tu non avessi Cristo che prega in te.
André Louf, in “L’uomo interiore”, parla di una liturgia interiore. Riporto qui le sue pagine, stupende, che descrivono questa realtà mistica. “Nel cuore c’è una liturgia interiore della preghiera che, a dispetto delle apparenze o nonostante la nostra infedeltà, è sempre già data, è incessantemente già presente, e non ci abbandona mai. Paolo lo ricorda esplicitamente: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rom 8,26).
Per quanto meraviglioso, questo dato non ha nulla di eccezionale: è la condizione comune a ogni battezzato. Accogliendo in se stesso la vita di Dio e diventando così figlio di Dio per adozione, il battezzato riceve nel contempo il dono dello Spirito Santo. Ora, questo Spirito è uno Spirito continuamente in preghiera, che grida instancabilmente nei nostri cuori: “Abba, Padre!” (Rom 8,15). Si tratta di un autentico tesoro, veramente inaudito, che ogni cristiano porta nell’intimo del proprio essere, nella maggior parte dei casi a sua insaputa. Ma ciò non toglie nulla alla sconvolgente realtà di questa presenza in lui, perché, nelle profondità di ogni credente, grazia e preghiera si sovrappongono; essere in stato di grazia equivale a essere in stato di preghiera. Anche se non vi presta attenzione, il cristiano è sempre in qualche recesso del suo essere in preghiera. O meglio, lo Spirito santo celebra la preghiera in lui.
Di conseguenza, ogni “metodo” o “tecnica” di preghiera non possono avere altro obiettivo che quello di mettere in contatto “quell’orante” che ogni credente è già di per sé con la preghiera divina presente in lui. Le formule di preghiera che egli stesso può eventualmente coniare, il raccoglimento e il silenzio interiore ai quali si applica non hanno altro senso che di rendere cosciente quella preghiera e facilitarne la manifestazione.
Bisognerebbe avere la possibilità di raccogliersi a lungo attorno a questa realtà interiore presente nel nostro intimo, per misurarne in pienezza lo spessore e assaporarne tutta la dolcezza. Per penosi o desolanti che siano i ricordi che possiamo aver conservato dei nostri “sforzi” o “tentativi” di preghiera, sappiamo, e in certi momenti lo sentiamo, nella fede, che esiste in noi un luogo segreto, un vero e proprio oratorio, nel quale la preghiera non si interrompe mai. Dio in esso ci interpella continuamente, e noi in quel luogo sperimentiamo di essere legati a lui, in profondo contatto con lui. Nel medioevo latino questo luogo veniva chiamato la domus interior, la “casa interiore”, o il templum interius, il “tempio interiore”. Naturalmente questo non significa che noi lo vediamo, che udiamo la preghiera che vi si celebra. Nella maggior parte dei casi noi non ne “percepiamo” nulla in senso stretto. Possiamo soltanto credervi fermamente, con una sicurezza via via crescente nella misura in cui, un po’ alla volta, Dio solleva un angolo del velo e permette che una piccola parte di questa attività inconscia della preghiera emerga alla superficie della nostra coscienza. Talora si tratta soltanto di un rapidissimo lampo, di un semplice “flash” breve e passeggero, ma che illumina definitivamente intere stagioni della nostra esistenza, e il cui ricordo stranamente salutare, anche nel profondo di una nuova desolazione, non ci abbandonerà più”.