PREGARE con L’ATTO DI DOLORE
14 Luglio 2026
Mio Dio mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perchè peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perchè ho offeso Te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più, e di fuggire le occasioni prossime del peccato. Signore, misericordia, perdonami.
Il titolo di questa preghiera contiene già tutto. Non sono solo parole queste, da pronunciare. Questa preghiera è un “atto”, un atto da compiere, un atto da compiere coscientemente e volutamente. E questo atto consiste in un atto di dolore. Quando pronunciamo questa preghiera non stiamo dicendo a memoria una formula. Stiamo compiendo un atto nei confronti di Dio.
In un mondo che ci insegna l’indifferenza, il guardare a se stessi, il preoccuparci di noi, questa preghiera ci insegna a dispiacerci, ci fa guardare a Dio, a Dio come Altro in relazione con noi. Una relazione in cui ci sono molte cose stupende. Una relazione in cui, come in ogni relazione, c’è qualcosa che non va, qualcosa di cui dispiacersi. Passarci sopra significa farsi del male e fare del male all’Altro.
Quando un figlio sceglie di farsi del male, di rovinare la propria vita, un genitore ne rimane colpito e addolorato. Non smette di amare, ma è dispiaciuto. Questa preghiera ci fa scoprire e tenere presente che il peccato non è mai una realtà che riguarda solo me stesso. E’ un qualcosa che tocca la mia relazione con Dio. E anzi, il peccato lo si coglie tale, proprio e soltanto nella dimensione della relazione.
Per Dio non è indifferente come vivi, come decidi edi esistere, quale vita e quale mondo vuoi costruire. Per Dio non è indifferente se vivi la tua vocazione o se sprechi i suoi doni. Tu gli stai a cuore, ed anche i tuoi gesti per lui hanno un peso, un’importanza. Sono la tua risposta al suo Amore per te.
MIO DIO MI PENTO E MI DOLGO
La preghiera inizia con queste due parole: “Mio Dio”. Due parole stupende che richiamano molti passi della Scrittura. Richiamano soprattutto le parole di Tommaso, otto giorni dopo Pasqua. Lui che non aveva creduto, che soffriva e che faceva fatica a ritrovare fiducia, quando incontra Gesù Risorto gli dice: “Mio Signore e mio Dio” (Gv. 20,28).
Siamo cristiani quando Dio smette di essere solo Dio, e diventa il “mio” Dio. Il Dio che fa parte della mia vita, delle scelte, della quotidianità. Quando Dio diventa il Dio dell’alleanza, della relazione con il popolo e con ogni uomo che vuole credere.
Peccare significa rendere meno “mio” quel Dio con cui l’uomo vive la relazione di credente. Il peccato è una scelta per la quale Dio viene messo da parte, perchè si sceglie altro, il proprio egoismo, il proprio interesse, il volersi far esistere non nella direzione di Dio. Anche i peccati veniali, seppur veniali, sono comunque gesti o scelte che offuscano questo senso di appartenenza reciproca che caratterizza l’esperienza di fede.
Questa preghiera inizia da qui: ci fa vivere un atto di dolore con Dio, iniziando da parole di fiducia e di speranza, da parole che vogliono ribadire l’intenzione di fondo. Si torna a Dio perchè si desidera che Lui sia il “mio” Dio, il Signore della mia vita, la luce che orienta i passi.
DEI MIEI PECCATI
I padri dello spirito insegnano a fare l’esame di coscienza per conoscere i propri peccati. Spesso fare l‘esame di coscienza viene vissuto come il fare l’elenco dei peccati fatti. L’esame di coscienza certamente può essere anche questo. Ma propriamente non è così.
Il peccato viene colto nella sua essenza non tanto come mancanza contro una legge, o cose simili. La comprensione del peccato si colloca sul piano della relazione con Dio. Il peccato è una mancanza; ma non soltanto, né prima di tutto, come non osservanza dei comandamenti, veniale o mortale che sia. Il peccato invece viene percepito, nella sua essenza, come tale solo nell’ambito della propria relazione con Dio.
Fare l’esame di coscienza significa chiedersi come si sta camminando, quali passi si stanno facendo, scelte di fondo, piccole scelte quotidiane. Significa mettersi davanti a Dio e confrontarsi con la luce della sua presenza. E chiedersi, alla luce dello Spirito, in cosa sto camminando sui passi di Gesù, e in cosa invece sto camminando per la mia strada.
La dimensione della relazione è quella fondamentale per capire fino in fondo la radice del peccato dentro di noi, e quindi per assaporare fino in fondo la bellezza stupenda del perdono di Dio, che non consiste nel cancellare qualcosa, ma nel ricostruire una relazione rovinata, una identità smarrita.
PERCHE’ PECCANDO HO MERITATO I TUOI CASTIGHI
Dio non punisce, Dio non castiga. Non è un Dio pronto con il bastone in mano, pronto a premiare chi si comporta bene e a mandare degli accidenti a chi si comporta male.
Cosa vuol dire questa frase allora?
La comprendiamo se facciamo nostra una parola: “conseguenze”. Il Signore ha scritto questa regola: le tue azioni hanno delle conseguenze. E quali sono queste conseguenze? Dette in una frase sono queste: il male ti fa male, e il bene ti fa bene. Se scegli il bene sei felice, se scegli il male sei infelice.
Il peccato ti fa stare male. Il peccato rovina e disgrega te stesso, rovina la tua relazione con Dio, le tue relazioni con gli altri, rovina la fiducia in te stesso. Il peccato ti fa stare male.
Nella Scrittura il Signore lo dice, lo descrive, e invita per questo l’uomo a “non seguire la via degli empi”, a “compiacersi della legge del Signore” (Salmo 1).
Siamo avvisati, siamo edotti da Dio che il male ci fa male, e che il bene ci fa bene. E nonostante questo, noi cosa facciamo? Scegliamo il male, pecchiamo.
Questa frase dell’atto di dolore ci dice questo: mi sono fatto del male, mi faccio stare male, nonostante Dio mi abbia avvisato in mille modi e in mille maniere. Se sto male per il peccato che ho fatto, un po’ me lo sono meritato questo star male. Perchè non è Dio che mi castiga, ma sono io che mi faccio del male, pur essendo stato avvisato da Dio che questa è la conseguenza del mio peccare.
Dio ha scritto questa legge nella nostra vita: se scegli il male, ti condanni a stare male. Se scegli il bene, sei felice. Perchè l’uomo è fatto per il bene, anzi, per il sommo Bene.
E MOLTO PIU’ PERCHE’ HO OFFESO TE, INFINITAMENTE BUONO E DEGNO DI ESSERE AMATO SOPRA OGNI COSA
Dio non si offende, Dio non fa l’offeso, non è una divinità che deve essere ossequiata altrimenti chissà cosa succede. Dio ha un cuore di padre, un cuore materno, un cuore che palpita per i propri figli. Un cuore che non rimane indifferente quando l’uomo vive la sua vita.
Quando l’uomo si fa esistere per il suo bene, nella strada di Dio, Dio ne è glorificato, ne è felice. Perchè il bene vince sul male, perchè il bene nel mondo cresce. Perchè come buon Padre gioisce nel vedere i suoi figli felici, pienamente felici di quella gioia eterna che Gesù è venuto a mostrarci.
Quando un buon genitore vede il proprio figlio rovinarsi la vita, scegliendo strade sbagliate, non rimane indifferente. Ne soffre, continuando ad amare, e cercando di riportarlo sulla strada giusta per una felicità autentica.
Così Dio soffre, in una qualche misura, al vedere l’uomo che si perde. Soffre e ne rimane toccato dentro, colpito al cuore. “Sente male al proprio petto”, direbbe G. Marcel.
L’”offesa” a Dio non è fargli venire un broncio umano (e per nulla divino), non è farlo arrabbiare o rimanere male. E’ sentire che davanti hai un Padre che ti ama, e che per lui non è indifferente la tua sorte. Le tue decisioni hanno un peso nel cuore di Dio.
E MOLTO PIU’ PERCHE’ HO OFFESO TE
Si può chiedere scusa perchè chiedere scusa ci fa stare meglio. Si può chiedere scusa per convenienza, per interesse, perchè in fondo ci si guadagna qualcosa.
Si può chiedere scusa invece perchè ci si accorge del male fatto all’altra persona, dell’averla fatta stare male.
C’è una differenza essenziale: nel primo caso al centro ci sono io con il mio interesse, l’altro potrebbe quasi non esserci. Nel secondo caso al centro c’è la relazione, c’è l’altra persona insieme a me.
L’atto di dolore dapprima ci fa rendere conto che spesso chiediamo perdono a Dio per sentirci meglio, o perchè sappiamo di averci perso qualcosa. Poi invece, quel “molto più” rimette Dio al centro, rimette la relazione con Dio al centro. Chiedi perdono affinchè, dopo i tuoi errori, Dio possa tornare al centro delle scelte e della tua attenzione.
Quelle due parole “molto più” tengono racchiuso dentro un insegnamento immenso.
PROPONGO CON IL TUO SANTO AIUTO DI NON OFFENDERTI MAI PIU’
Nell’atto di dolore non promettiamo a Dio di non offenderlo mai più: sarebbe una promessa da marinaio, che nessuno di noi potrebbe fare, perchè sappiamo che in alcuni peccati ci ricaschiamo.
Nel nostro atto di dolore esprimiamo a Dio il proponimento di non offenderlo mai più. Esprimiamo a Dio, cioè, il desiderio e la volontà di mettercela tutta per non sbagliare più.
Il perdono di Dio chiede sempre un nostro pentimento con il proposito di fare quello che Gesù ha detto più volte: “Và e non peccare più”.
Sarebbe troppo comodo un perdono ricevuto con leggerezza, senza il desiderio di evitare il peccato. Sarebbe un lavarsi la coscienza, per non avere più dentro il peso del peccato, ma non sarebbe una richiesta sincera di perdono.
Dalla richiesta di perdono ne viene l’impegno a riparare concretamente al male fatto. Chi ha rubato deve restituire, chi ha fatto del male deve cercare di riparare al male fatto, chi sta commettendo una mancanza deve prendere la decisione di non farla più. Se vogliamo trattare Dio seriamente, non possiamo limitarci a chiedere di perdonarci e poi via, come se nulla fosse stato.
E’ anche così che il perdono di Dio porta un rinnovamento nella vita nostra e di chi abbiamo accanto. Il perdono di Dio è una cosa seria, che va trattata e vissuta molto seriamente. Altrimenti confessarsi e chiedere perdono diventerebbe un prendersi gioco di Dio.
Queste parole ci impegnano fino in fondo a corrispondere al dono stupendo che Dio fa perdonandoci.
E DI FUGGIRE LE OCCASIONI PROSSIME DI PECCATO
La paglia vicino al falò prende fuoco. Un proverbio di contadini dice così. E ben riassume cosa sono le occasioni prossime di peccato.
Tutti noi abbiamo alcune debolezze interiori, per cui in certe situazioni è più facile cadere nel peccato. Saperle riconoscere ed evitare, è un passo importante nel cammino personale.
Questo non vuol dire che non si è liberi, o che si è meno responsabili. Questo vuol dire semplicemente che siamo chiamati a riconoscere questo aspetto della nostra vita.
Per questo una delle quattro virtù cardinali è la prudenza. Prudenza nelle situazioni, nel comportamento, nel sapersi conoscere.
Saper prevedere ed evitare quelle situazioni in cui si è propensi a cadere, è prudenza.
Quando viviamo l’atto di dolore, al Signore non promettiamo di non peccare più. Diciamo però che ci proponiamo di evitare le occasioni che sono prossime al peccato, cioè alle quali è più difficile sottrarsi.
Ognuno di noi, se si guarda dentro, sa riconoscere le proprie debolezze e quindi le proprie occasioni prossime di peccato. Chiedere al Signore di aiutarci ad evitarle è uno dei modi con cui manifestiamo il sincero desiderio del suo perdono.
SIGNORE, MISERICORDIA, PERDONAMI
Il volto di Dio di fronte al male è un volto di lotta, duro, che cerca lo scontro con il male e con il peccato per sconfiggerlo ed eliminarlo.
Il volto di Dio di fronte all’uomo peccatore, invece, è un volto di misericordia. Il cuore di Dio vuole liberare l’uomo dal male e salvarlo. E per questo il suo Amore prende il volto e i connotati della misericordia.
La Chiesa ci fa pregare con queste parole, proprio nel momento in cui mettiamo i nostri peccati nelle mani di Dio: Signore, misericordia, Tu che sei misericordia, perdonami.
Queste tre parole possono diventare anche, come ci ha insegnato il “Pellegrino Russo” nei suoi “Racconti”, una preghiera continua nel cuore. Più l’uomo si affida alla misericordia di Dio, più fa esperienza di sentirsi amato e perdonato da lui.
Facciamo nostre queste tre parole stupende, che mirano dritte al cuore di Dio, ripetiamole spesso dentro di noi: Signore, misericordia, perdonami.
