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“PADRE”, UN CONFRONTO TRA ANTICO E NUOVO TESTAMENTO
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“PADRE”, UN CONFRONTO TRA ANTICO E NUOVO TESTAMENTO

5 Luglio 2026

La parola Padre nell’Antico Testamento è usata pochissimo riferita a Dio. In tutto l’Antico Testamento le volte in cui la parola Padre si riferisce a Dio sono solo quindici. Se guardiamo al libro dei Salmi, il libro dei centocinquanta “psalmoi”, che sono le preghiere usate in ogni circostanza dal popolo di Israele, non ne troviamo nemmeno uno che inizi con la parola Padre. Nel Nuovo Testamento, invece, le volte in cui la parola Padre è riferita a Dio sono ben centosettanta.

Teniamo presente che l’Antico Testamento è composto da quarantasei libri, mentre il Nuovo Testamento è composto da ventisette libri. Il numero dei libri corrisponde alla proporzione della lunghezza dei testi: l’Antico Testamento è circa due terzi di tutta la Bibbia, mentre il Nuovo è circa un terzo.  Anche la dimensione temporale, che racchiude le due parti della Bibbia, è sproporzionata, anzi: più di mille anni per l’Antico Testamento, solo cinquanta anni per il Nuovo.

L’Antico Testamento abbraccia un arco di tempo molto più lungo rispetto al Nuovo Testamento (circa venti volte tanto) ed una lunghezza di testi che è circa il doppio. Tuttavia, l’Antico Testamento racchiude la parola Padre, riferita a Dio, un decimo rispetto a tutto il Nuovo Testamento.

Tutto questo ci dice che nell’Antico Testamento Dio non era Padre né come “identità”, né come modo di essere chiamato nella preghiera.


Nell’Antico Testamento la parola Padre si riferisce a Dio per quindici volte soltanto. Se si riferiva già a Dio nell’AT, che differenza c’è tra Antico e Nuovo Testamento? In che senso Dio era definito Padre prima di Gesù? Prendiamo un testo stupendo, una lettura stupenda che noi leggiamo la prima domenica di Avvento ogni tre anni. È una delle letture più belle che ci siano.

Isaia 63, 16-17.19; 64,1-7:

“Tu, Signore, sei nostro padre,

da sempre ti chiami nostro redentore.

Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie

e lasci indurire il nostro cuore,

così che non ti tema?

Ritorna per amore dei tuoi servi,

per amore delle tribù, tua eredità.

Se tu squarciassi i cieli e scendessi!

Davanti a te sussulterebbero i monti.

Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo,

tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti.

Mai si udì parlare da tempi lontani,

orecchio non ha sentito, occhio non ha visto

che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui.

Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia

e si ricordano delle tue vie.

Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato

contro di te da lungo tempo

e siamo stati ribelli.

Siamo divenuti tutti come una cosa impura,

e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia;

tutti siamo avvizziti come foglie,

le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento.

Nessuno invocava il tuo nome,

nessuno si risvegliava per stringersi a te;

perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto,

ci avevi messo in balìa della nostra iniquità.

Ma, Signore, tu sei nostro padre;

noi siamo argilla e tu colui che ci plasma,

tutti noi siamo opera delle tue mani.” 

È una lettura stupenda! Manca però una parola: la parola figlio.

Tu Signore sei nostro padre. All’inizio dice: “Ritorna per amore dei tuoi servi”. Servi. Vedete la parola padre in che senso era usata nell’Antico Testamento? Dio viene definito un padre che di fronte ha non dei figli, ma dei servi. Al versetto 7: “Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma”. Tu sei padre e noi siamo argilla. Non figli. Argilla. La parola padre era usata come la parola pastore, come la parola re: analogie che non solo la Scrittura, ma che anche altre religioni prendono dall’esperienza quotidiana per raffigurare Dio in qualche modo. Lo raffiguriamo come un re, come un pastore; lo raffiguriamo anche come un padre.

Nell’Antico Testamento quando Dio viene chiamato padre manca la reciprocità del rapporto. L’uomo può in qualche modo pensare a Dio come padre, ma l’uomo non può pensarsi come figlio. Tanto meno, potrebbe pensare di relazionarsi a Dio con l’intimità di figlio.


Riprendiamo un momento l’immagine finale di Isaia: “Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma”. Immediatamente che cosa richiama? Richiama l’immagine del creatore che prende il fango e plasma l’uomo. Cioè l’immagine di un Dio che, anche quando viene chiamato padre e viene raffigurato come padre, viene definito così da un uomo che assolutamente non può considerarsi suo figlio, non può avere l’arroganza, la presunzione di potersi pensare in relazione con lui così come è in relazione con il proprio genitore.

Mancava nell’Antico Testamento la possibilità di potersi pensare figlio di Dio. E se riflettiamo bene, questa mancanza ha un suo senso molto profondo. Quale uomo, se non ci fosse stato Gesù a dirlo, avrebbe mai potuto pensare di andare dal Signore e dire: “Signore, sono tuo figlio”? Quale uomo avrebbe mai potuto osare mettersi sul piano di Dio? L’unico essere vivente che ha avuto questa arroganza è satana, un angelo che è diventato colui che sa tutto di Dio, ma che è suo perenne nemico, perché si è voluto considerare suo pari. Sia l’uomo sia la donna che hanno avuto la presunzione di mettersi sul piano di Dio (Adamo ed Eva) sono l’uomo e la donna che hanno fatto esperienza di quanto radicale sia questa diversità con il Signore.


Quando Gesù chiama Dio col nome di Padre, lo chiama con un termine preciso: il termine “Abbà”.

Se voi sentite una persona che dice “mio padre, mia madre”, questo modo di chiamare i propri genitori provoca in noi una certa risonanza. Se sentiamo qualcuno che dice “mio papà, mia mamma”, questo modo di esprimersi ha una risonanza radicalmente diversa. Se sentiamo un adulto che mentre parla dice “papi è così, il mio paparino è così”, sono parole ancora diverse. “Mio padre” dà un’impressione più di distanza, “mio papà” ha già una dimensione affettiva diversa, se uno dice “papi” c’è proprio una confidenza estrema.

Ai tempi di Gesù c’erano due lingue: l’ebraico e l’aramaico. L’ebraico era la lingua con cui si pregava nella sinagoga, con cui si leggeva la scrittura. L’aramaico era la lingua che si parlava per strada, nella quotidianità, in casa. Quando Gesù chiama Dio col nome di Padre lo chiama “Abbà, Padre”. Abbà è un termine aramaico, non ebraico. E questo per gli apostoli e per chi lo ascoltava era una cosa sconvolgente. Gli apostoli e la gente comune sentono che questo nuovo profeta, che si arroga il diritto di venire e cambiare tutto, chiama Dio come un bambino chiama suo padre al mercato o per strada.

Sconvolgente.

Gesù prega usando la lingua che non può usare ed un termine improponibile, appropriandosi di questa intimità nel rapporto con Dio. E’ una sconvolgente bestemmia. Quando Gesù chiama Dio Padre in questo modo nella preghiera, insegnando anche agli altri a chiamarlo così, il termine preciso che adotta non sarebbe neanche Padre: sarebbe papà, paparino, papi. Quando noi pensiamo a Gesù che chiama Dio Padre e che lo chiama Abbà, dobbiamo pensare ad una intimità profonda, ad una confidenza profonda, che non c’era nell’Antico Testamento e che a quei tempi non era minimamente pensabile. Già dalla prima parola, la novità della preghiera di Cristo apre orizzonti inediti e sconvolgenti.